Questo è un blog (temporaneo e sperimentale) in cui si vuole discutere di geografia. Dopo il Congresso di Torino del settembre 2025 vogliamo proseguire il dibattito. Iniziamo con un intervento sulle pratiche di valutazione e sul senso stesso della geografia in Italia.
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Bisogna difendere la geografia.
Una riflessione a partire da una recente tornata della Abilitazione Scientifica Nazionale
5 febbraio 2026
Francesca Governa*, Maurizio Memoli**, Ugo Rossi***, Alberto Vanolo****[1]
Il titolo di questo intervento richiama la celebre raccolta di scritti di Michel Foucault, Bisogna difendere la società, basata sulle lezioni che l’autore tenne al Collège de France tra il 1975 e il 1976 (Foucault, 2009). In questi scritti, Foucault elaborò per la prima volta il concetto di biopotere: alla sua base, così come per il concetto di “governmentalità” che svilupperà in seguito, vi è l’idea che i sistemi di conoscenza e di potere vadano studiati con il metodo della “genealogia”. Nel primo degli scritti raccolti in Bisogna difendere la società, Foucault definisce questa tecnica partendo da quelle che chiama “conoscenze assoggettate”, come i saperi “minori” di cui aveva già scritto Deleuze, o le conoscenze locali. La genealogia non è intesa come un convenzionale metodo storico di ricostruzione del sapere, ma come un tentativo di “liberare dall’assoggettamento i saperi storici e per renderli liberi, capaci cioè di opposizione e di lotta contro la coercizione di un discorso teorico, unitario, formale e scientifico” (Foucault, 2009: 18-19). Foucault non rivendica con questo il “diritto lirico all’ignoranza e al non sapere” né tantomeno invita a rifiutare i contenuti, i metodi o i concetti di una scienza. Il metodo genealogico è, per lui, un modo per disarticolare la naturalizzazione del sapere e la pretesa di imporre una concezione della “verità” intesa come esito inevitabile del percorso storico di conoscenza. E, in questo modo, consente di svelare i meccanismi di produzione della verità sottesi alle relazioni di potere che strutturano la società.
La critica foucaultiana della conoscenza come sapere unitario – e dell’idea a essa sottesa di una verità intesa come approdo naturale della storia – offre lo spunto per una riflessione intorno alla geografia accademica in Italia, soffermandosi sulle pratiche e sulle istituzioni di gestione della disciplina che pretendono di produrre, garantire e forse anche “difendere” la geografia come sapere unitario, ritenuto in possesso di caratteristiche fisse, monolitiche, intrinseche, immutabili. Quali sono i “saperi assoggettati” prodotti e riprodotti dalle attuali pratiche di gestione? Una genealogia del sapere-potere della disciplina geografica si dovrebbe interrogare su cosa viene accettato e ritenuto rilevante nella valutazione scientifica del nostro lavoro, e cosa invece è ritenuto fuori luogo e quindi marginalizzato, escluso, svalutato, non legittimato. Significa domandarsi che cosa è ritenuto di valore e cosa ne è privo, o di valore eccedente rispetto a ciò che è ritenuto il “canone geografico” ereditato dal passato, tendenzialmente immutabile. Significa, infine, chiedersi come “si diventa” geografe e geografi, vale a dire quali meccanismi di naturalizzazione del sapere geografico, inteso come conoscenza definita secondo una sua essenza originaria, sono prodotti e riprodotti attraverso i meccanismi della selezione e della valutazione accademica.
Rispondere compiutamente a queste domande richiederebbe un ampio percorso di ricerca che sarebbe difficile sintetizzare qui. Ciò che ci proponiamo di fare è, più brevemente, proporre una riflessione a partire da una specifica pratica istituzionale: il sistema di valutazione delle domande di abilitazione, noto come Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN). Partendo dagli esiti di una delle ultime tornate dell’ASN, proveremo quindi a ragionare sulle questioni poste, anche al cospetto dell’attuale disegno di legge per la riforma del reclutamento universitario che prevede la semplificazione dell’attuale sistema con un meccanismo di autocertificazione dei “requisiti minimi di produttività e qualificazione scientifica”, condivisi a livello nazionale, come condizione necessaria per la partecipazione ai concorsi locali di prima e di seconda fascia[2]. Quali potranno essere questi requisiti minimi? Che cosa possiamo apprendere dall’esperienza dell’ASN?.
Che cos’è la geografia? Analisi critica dei giudizi della ASN
Com’è noto, l’ASN è una procedura di valutazione non comparativa, e dunque caratterizzata da assenza di competizione diretta tra candidati e candidate, gestita dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso Commissioni nazionali designate per ciascuno dei “settori concorsuali” . La procedura di valutazione è stata istituita dalla legge 30/2010 (nota come “legge Gelmini”), è diventata operativa nel 2012 e verosimilmente terminerà nel 2026.
L’ASN offre un interessante osservatorio per conoscere i parametri di valutazione della ricerca geografica interni alla disciplina. Una domanda in cui si imbatte solitamente un o una geografa nel corso del proprio percorso professionale (e spesso nei momenti di valutazione) riguarda come i propri lavori riflettano una dimensione geografica di conoscenza della realtà. La richiesta di evidenziare la natura geografica della propria attività è, nella prassi della disciplina, una condizione essenziale per la legittimazione del proprio lavoro, vale a dire possedere il profilo adeguato per far parte della comunità geografica. Diventa allora inevitabile chiedersi: come si riconosce la specificità della geografia?
Un possibile modo per rispondere a questa domanda è individuare i metodi di ricerca riconosciuti come geografici a partire dalla definizione ufficiale di ciò che si definisce come metodo di ricerca proprio della disciplina. Il decreto ministeriale del MUR del 2015, che istituiva i “settori concorsuali”, offriva una concezione restrittiva e sostanzialmente conservatrice dei metodi di ricerca geografica, limitandosi a citare la cartografia come metodo “fondamentale”. Il successivo decreto ministeriale del 2024, che istituisce i “gruppi scientifico-disciplinari”, ha ampliato notevolmente lo spettro, menzionando “i metodi quantitativi e qualitativi, l’inchiesta sul terreno, le rappresentazioni cartografiche”[3]. Sebbene questo ampliamento dei metodi di ricerca “legittimi” sia da accogliere con favore, permangono alcune criticità. In primo luogo, i metodi citati non sono specifici delle discipline geografiche: per esempio, l’inchiesta sul terreno è utilizzata comunemente in sociologia o in antropologia, seppur con denominazioni differenti, mentre gli strumenti cartografici sono prerogativa anche di altre discipline, per esempio architettoniche e urbanistiche. Inoltre, a dispetto della sua ampiezza, l’elenco rimane chiuso a nuovi metodi radicalmente in discontinuità che potranno apparire o che sono già apparsi nella pratica disciplinare, come i metodi multi-sensoriali di analisi ambientale, le geografie emozionali, quelle femministe e queer e le cosiddette “metodologie creative”.
Un ulteriore criterio per distinguere la natura geografica di un lavoro scientifico può consistere nel verificare l’impiego di un lessico propriamente geografico, vale a dire l’esplicito utilizzo di termini e concetti che si ritengono caratteristici della disciplina, come territorio, regione, luogo, scala, paesaggio. Eppure, anche solo sfogliando gli indici delle riviste di geografia più lette e citate nel dibattito scientifico, si coglie facilmente che queste parole-chiave spesso non appaiono. Soprattutto, temi e parole-chiave sono tutt’altro che immutabili: variano, emergono come ondate e poi scompaiono. Per esempio, la nozione di “assemblaggio”, intesa come spazialità di concatenazioni umano-ambientali-tecnologiche, ha occupato di recente la scena dei dibattiti geografici in modo consistente, nell’ambito degli studi di ecologia politica o sulle infrastrutture, eppure non è segnalata nelle definizioni convenzionali del canone geografico. Anche sul piano lessicale è quindi difficile, se non impossibile, fissare con certezza un canone geografico definitivo.
Come tutte le discipline scientifiche, sia nelle occasioni che richiedono un giudizio (concorsi e abilitazioni), sia nel suo dibattito ordinario, anche la geografia ha spesso e ripetutamente riflettuto se e quanto una ricerca, un lavoro scientifico, un profilo scientifico individuale sia o meno coerente con il canone epistemologico, con i metodi, la terminologia e l’oggetto della disciplina. Così come non è una novità interrogarsi su cosa sia o non sia la geografia, dove risieda la sua specificità. Nel 1973, Lucio Gambi scriveva: «la geografia è formata da un nodo di specifici problemi e vive in funzione di questi problemi» (Gambi, 1973, p. 205), considerando questa come necessaria assunzione di responsabilità civile di ogni studioso o studiosa e, soprattutto, come la stessa ragione d’essere della disciplina. La definizione di Gambi si avvicina alla concezione genealogica del sapere di Foucault. Laddove Gambi fa riferimento ai “problemi”, Foucault parlava di lotte che definiscono il percorso di produzione delle verità e di emersione dei saperi “assoggettati”. Anche il percorso della geografia può essere inteso come un processo evolutivo che si è arricchito (e si arricchisce continuamente) della considerazione dei problemi e delle lotte dei saperi assoggettati della società. Negli anni Settanta, la geografia radicale emerse sulla spinta delle lotte antimperialiste degli anni precedenti e poi delle lotte urbane che rivendicavano il diritto alla città. Successivamente, la disciplina si è espansa, affrontando nuovi problemi e interessandosi a nuove battaglie, nate da movimenti e saperi ancora non riconosciuti o marginalizzati, dalla ripresa delle questioni di genere alle lotte transfemministe, dalla teoria culturale alla critica postcoloniale e decoloniale dell’eurocentrismo del sapere (e anche del sapere geografico). È un processo che è accaduto e accade. E che supera ogni tentativo di chiusura e di fissità.
L’apertura costante alle istanze della società è stato uno dei punti di forza della geografia negli ultimi decenni. E, come direbbe Gambi, senza questa apertura la geografia perde la sua originalità e il proprio ruolo. Qualsiasi pretesa di definire ciò che è o non è la geografia deve fare i conti con questo incessante processo di apertura ai problemi e alle lotte che emergono in ogni fase storica. L’evoluzione della geografia come disciplina e campo del sapere è l’esito quindi di confronti, dialoghi, aperture, scambi, ma anche di conflitti e contestazioni. Ci chiediamo allora: che senso ha individuare un canone geografico fisso nel tempo e, al tempo stesso, demarcare il suo campo rispetto ad altri settori disciplinari?
Una delle ultime tornate della ASN di geografia ci offre vari esempi delle contraddizioni insite nel processo di essenzializzazione della disciplina geografica in un canone cristallizzato. Un giudizio su una candidatura di seconda fascia afferma che la giustizia spaziale, un tema oggetto di lunghissimi studi e dibattiti in geografia che risalgono almeno alla metà degli anni Settanta, non sarebbe attinente al settore geografico, mentre lo sarebbe l’analisi territoriale e ambientale. L’analisi territoriale e ambientale, tuttavia, è una pratica scientifica non esclusiva della disciplina geografica: si pensi alla pianificazione territoriale, all’urbanistica o alla sociologia dell’ambiente e del territorio. Inoltre, nel giudizio si evocano i “metodi specifici della geografia”. Come già detto, non è affatto chiaro quali possano essere i metodi “specifici”, vale a dire esclusivi, della geografia. Ogni metodo praticato nella comunità geografica è il frutto di interazioni e scambi con altre comunità disciplinari e interdisciplinari, di pratiche e sperimentazione, nonché delle lotte e dei problemi con cui confrontarsi nei diversi periodi, i quali possono richiedere metodi diversi, anche i meno consueti, per essere affrontati. Amin e Thrift (2020) suggeriscono che per trattare gli attuali problemi urbani ci sia bisogno di una conoscenza aperta e trasversale, costitutivamente incerta e incompleta, costruita usando metodologie e fonti diverse come cartografie, archivi, simulazioni, numeri, survey, etnografie, memorie, immaginari e narrative.
In un altro giudizio, un commissario fa riferimento agli “approcci metodologici tipici della geografia” menzionando in particolare “l’analisi spaziale”. Anche quest’ultima non può considerarsi prerogativa esclusiva della geografia perché implicherebbe disconoscere come sia oggi praticata da un eterogeneo universo di discipline e filoni di ricerca: per esempio è molto utilizzata in economia, e non solo in quella urbana e regionale, ma anche comportamentistica e sperimentale. In molti giudizi si criticano i profili scientifici dei e delle candidate perché evidenzierebbero un uso troppo limitato degli strumenti propri della disciplina, come apparati cartografici, dati territoriali ed elaborazioni grafiche e cartografiche.
L’idea foucaultiana del sapere-potere è in questo caso evidente. Per essere geografi o geografe “appropriate” bisogna fare ricerca geografica nel modo “consono” al canone geografico ereditato dal passato, di cui però non si chiariscono mai gli effettivi contenuti. La modalità di sanzione rivela qui una tecnica di disciplinamento che Michel Foucault ha efficacemente individuato nei suoi scritti: tale modalità prevede che non sia esplicito che cosa sia appropriato e che cosa sia fuori luogo, bensì che la soglia sia rinegoziata in maniera implicita rispetto a un’idea astratta e trascendente, in modo da interiorizzare l’imperativo dell’auto-disciplinamento, del “governo di sé” (Foucault, 2014, 2015). Così facendo, si genera un dispositivo morale-comportamentale che orienta la propria condotta, giacché spinge continuamente a interrogarsi se ciò che si fa sarà riconosciuto come geografico, o se invece sarà guardato con sospetto, come fuori campo. Il rischio è l’emergere di una postura conformista e tradizionalista, o di discutibili strategie di legittimazione. Per esempio, corredando i propri lavori con un apparato cartografico ben riconoscibile e facendo uso di parole chiave della disciplina, come “territorio”, la persona che si candida ha buone possibilità di essere considerata appropriata alla carriera accademica.
Un ulteriore elemento di giudizio riguarda un presunto “nucleo epistemologico” della disciplina, intendendolo come distinto da quello di altri ambiti di ricerca, anche affini ma non “puri”. Sorprendente è la netta distinzione del nucleo epistemologico della geografia da quello degli studi urbani, campo di studi per definizione multidisciplinare cui partecipano anche i geografi urbani. L’idea del “nucleo” presuppone, inoltre, uno statuto epistemologico originario della disciplina che può essere individuato con nettezza rispetto ad altri campi e filoni disciplinari. I margini sono in questo stesso giudizio evocati come uno spazio di deriva e fuoriuscita dal canone disciplinare, dal quale quindi tenersi lontani per salvaguardare la propria essenza geografica.
Un’ulteriore modalità di normalizzazione della ricerca consiste nello stabilire arbitrariamente l’indispensabilità di alcune tipologie di prodotti scientifici, sebbene le stesse regole della ASN in realtà consentissero di non soddisfare tutte le mediane richieste, né tantomeno indicassero quali tipi di “prodotti della ricerca” fossero necessari. La monografia, in particolare, risulta essere quasi sacralizzata nella prassi corrente della valutazione, a dispetto di una reale verifica della qualità e della rilevanza della monografia stessa. Non aver pubblicato una monografia costituisce una sorta di “peccato originale”. La gerarchia dei prodotti prevede quindi un primo livello costituito dalle monografie, e un secondo relativo agli articoli scientifici, distinti in particolare fra quelli pubblicati in riviste di fascia A e quelli proposti in altre riviste scientifiche. Nella prassi, un articolo è sempre considerato inferiore a una monografia, e gli articoli all’interno della fascia A sono valutati tutti in maniera assimilabile. Eppure, è evidente che le riviste di fascia A sono diverse tra loro per qualità, rigore, selettività e capacità di influire sul dibattito scientifico, senza contare che gli articoli, come le monografie, andrebbero sempre valutati anche rispetto al loro contenuto effettivo e non esclusivamente rispetto alla loro collocazione editoriale più o meno nota o prestigiosa. Infine, la standardizzazione del giudizio su alcuni tipi di prodotti si accompagna alla svalutazione di altri ritenuti “minori” o di scarsa rilevanza. Per esempio, oggi non è raro trovare lavori geografici che assumono la forma di film documentari, video-essay, podcast o videoarte performativa. Certamente si tratta di prodotti secondari rispetto a monografie e articoli scientifici, le cui modalità di valutazione e riconoscimento scientifico non sono semplici né immediate. Tuttavia, il sistema attuale sembra, di fatto, annullarne del tutto il valore, chiudendo la porta a eventuali iniziative, energie e possibilità di sviluppo in questo campo.
Conclusioni
Quest’intervento si è aperto con un riferimento alla necessità di “difendere la geografia”. L’idea di difesa della nostra disciplina non si riferisce certo all’accezione muscolare del termine, di derivazione militare: non si tratta di invocare confini e fortificazioni, a protezione della cittadella assediata. Con questo non vogliamo negare che la geografia non sia a rischio di estinzione, in una fase in cui tutta l’università pubblica si trova oggi sotto attacco. Crediamo però che la risposta alle minacce esistenziali che incombono sulla geografia, oggi più che mai, non sia l’arroccamento della comunità disciplinare su se stessa, né la ricerca di “intrusi” sospettati di contaminare la purezza del suo campo, attraverso il richiamo alla “tradizione nazionale” della disciplina spesso invocata nei giudizi di inidoneità della ASN. Un atteggiamento di chiusura non può che generare esclusioni arbitrarie e la negazione del pluralismo che è un tratto distintivo della nostra comunità scientifica e intellettuale, in ragione della molteplicità (e imprevedibilità) di istanze di cambiamento sociale di cui si è alimentata e si alimenta. La geografia, piuttosto, è da intendersi come uno spazio ibrido, anziché unitario, fondato sulla coesistenza nelle diversità e sul mutuo rispetto (Kwan, 2004).
L’idea di difesa della geografia qui proposta corrisponde dunque alla preservazione di una qualità distintiva della disciplina: la sua natura di sapere in costante evoluzione, capace di accogliere le sfide che i problemi e le lotte politiche e culturali pongono alle comunità scientifiche in ogni fase della storia. La geografia può non solamente ambire a salvarsi, ma anche a crescere se agisce come una comunità accogliente e plurale, nelle proprie scelte metodologiche e nelle proprie pratiche di ricerca, anziché come una “comunità fortezza” schierata a difesa di un canone disciplinare considerato immutabile nel tempo.
Riferimenti bibliografici
Amin, A. e Thrift, N. (2020) Vedere come una città. Milano: Mimesis (ed. or. 2017).
Foucault, M. (2014) Sorvegliare e punire. Torino: Einaudi, (ed. or. 1975).
Foucault, M. (2015) Il governo di sé e degli altri. Milano: Feltrinelli (ed. or. 2008).
Foucault, M. (2009) Bisogna difendere la società. Milano: Feltrinelli (ed. or. 1997).
Gambi, L. (1973) Una geografia per la storia. Torino: Einaudi.
Kwan M.-P. (2004). Beyond difference: From canonical geography to hybrid geographies. Annals of the Association of American Geographers 94(4): 756-763.
[1] * Politecnico di Torino, ** Università di Cagliari, *** Gran Sasso Science Institute, **** Università di Torino.
[2] Cfr. DDL n. 1518 (Bernini) “Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario”, 3 giugno 2025.
[3] https://www.ageiweb.it/wp-content/uploads/2024/05/geografia-secondo-il-Decreto-Ministeriale-n.-639-del-02-05-2024-Allegato-A.pdf
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